L’identità digitale, perno dei futuri sviluppi sulla sicurezza

L’identità digitale, perno dei futuri sviluppi sulla sicurezza

Per conto di Ca Technologies, Coleman Parkes ha indagato sulla percezione della relazione fra pratiche adottate e influenza sul business.

di: Roberto Bonino del 28/10/2016 09:39

Enterprise Management
 
Virtuose oppure ottimiste? Le imprese italiane escono piuttosto bene dall’ultima indagine condotta nell’area Emea da Coleman Parkes e intitolata “The security imperative: driving business growth in the app economy”. La ricerca è stata commissionata da Ca Technologies, con lo scopo dichiarato di far emergere l’importanza crescente di un’impostazione delle politiche di sicurezza basata sull’identità digitale, ma anche per capire quale sia la percezione del tema come abilitatore del business, quali Kpi siano adottati e quali percorsi seguire in futuro.
I responsabili delle aziende nostrane interpellati (su un campione totale di 1.770 individui, con una quota minoritaria di Cso e Ciso) fanno emergere un quadro incoraggiante, con punte da primato per la convinzione che la sicurezza sia un fattore abilitante per il business (92% contro il 77% globale), la centralità dell’identità (88% contro il 75% in Emea) e un’attenzione sul cliente che si traduce nella riduzione degli ostacoli e nella ricerca della giusta esperienza.
Ancor più eclatante appare il dato che evidenzia come in Italia il 45% delle imprese abbia registrato ca-fabrizio-tittarelli.jpguna diminuzione del numero di violazioni nell’ultimo anno, mentre a livello Emea la percentuale scende al 19%. Inoltre, solo il 47% ha ammesso di essere sceso a compromessi per velocizzare l’immissione di app sul mercato, mentre al polo opposto in Germania siamo al 75%: “Le politiche adottate sono meglio definite e applicate rispetto al passato – ha fatto notare Fabrizio Tittarelli, Cto di Ca Technologies Italia -. Agire su identità e accessi è fra gli elementi che possono migliorare l'approccio per non scendere a compromessi, al pari della customer experience”. 

Differenze fra realtà avanzate e base

La cosiddetta app economy sta creando nuove sfide in materia di sicurezza per i responsabili It che operano in un mondo multicanale e multipiattaforma. I clienti si attendono esperienze rapide e sicure su qualunque dispositivo e il rischio costante è che i dati di business finiscano in luoghi poco controllabili, se la percezione non è quella corretta. Le pratiche tradizionali si dimostrano sempre meno efficaci di fronte al superamento del concetto di perimetro.
Occorre pertanto un nuovo approccio e la ricerca di Coleman Parkes prova a definire un modello di maturità che si basa su tre elementi chiave, ovvero la customer experience, la gestione di identità e accessi (Iam) e il rilevamento delle violazioni. Per questi tre fattori, si è cercato di capire quale sia il peso degli utenti avanzati rispetto a quelli base. Qui le aziende italiane hanno mostrato di avere ancora un po’ di strada da percorrere. Solo il 24%, per esempio, dispone già di un approccio uniforme per ogni tipologia di canale, device e applicazione, mentre il 42% usa configurazioni diverse per ogni canale. Allo stesso modo, sempre un 24% fa uso di controlli Iam adattivi e basati sul livello di rischio, contro un 70% opera in modo centralizzato e automatizzato. Infine, appena il 15% delle aziende si è spinta verso un approccio predittivo sui rischi di violazione, mentre il 52% mantiene un atteggiamento proattivo, che comunque si fonda su analisi profonde e reazioni in tempo reale a eventi e incidenti. Anche a livello Emea, peraltro, solo il 19% delle imprese evidenzia un livello avanzato di sicurezza incentrata sulle identità.
Eppure, gli utenti avanzati registrano performance migliori su tutti i fronti rispetto a chi si colloca alla base. Ad esempio, in ambito Emea, il 34% ha registrato un miglioramento della crescita del business, l’89% un rafforzamento della customer experience e un 50% della produttività dei dipendenti. Inoltre, il 34% (diventa 24% fra i base) ha registrato una riduzione del numero delle violazioni: “Cresce comunque il numero di realtà che sta scegliendo di adottare metriche qualitative per misurare l’efficacia della sicurezza – ha commentato Tittarelli -. La produttività dei collaboratori, la differenziazione competitiva o il livello di digitalizzazione sono elementi presi in seria considerazione, al pari di quelli più tradizionali”.
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